Tristezza e Depressione: una visione generale
Parliamo ora di qualcosa che non piace a nessuno: la tristezza. In questo articolo esploreremo la differenza tra tristezza e depressione, cercando di capire cosa accomuna queste esperienze e cosa invece le distingue.
Senza girarci troppo attorno, essere tristi è brutto. Ci fa stare male, ci toglie le energie e vorremmo che la tristezza passasse il prima possibile. Eppure, è un’emozione che proviamo tutti prima o poi. Più prima che poi, essendo una delle emozioni primarie. Cerchiamo di conoscere un pochino più a fondo questa tristezza, visto che probabilmente ci accompagnerà per una buona parte della nostra vita.
Partiamo prima di tutto da un chiarimento. La società occidentale moderna ci vorrebbe sempre allegri, sempre contenti, sempre felici. La tristezza è vista come qualcosa da evitare, da sopprimere, come se fosse un’emozione sbagliata. Questo nonostante il fatto che sia letteralmente impossibile per una persona essere sempre felice. Cos’è più realistico? Che una persona sia sempre piena di gioia in un mondo come il nostro o che ogni tanto provi anche qualche emozione spiacevole, fosse anche solo per piccole cose? Siamo umani, abbiamo tante emozioni diverse. Alcune sono brutte, altre sono belle. Negare la tristezza è negare noi stessi. L’emozione è un segnale e un segnale serve a farci capire qualcosa. Nel nostro caso, la tristezza indica che abbiamo perso un bene o una persona importante, oppure che uno dei nostri scopi, nel senso cognitivo comportamentale del termine, è stato compromesso. Sia che siamo consapevoli di ciò sia che non lo siamo, la tristezza sarà sempre lì a farci da bussola nel mare della nostra mente. Un capitano di nave non butterà mai via la sua bussola durante la navigazione, perché sa che essa è fondamentale per navigare nel migliore dei modi. Noi umani dovremmo semplicemente prendere atto che tutte le nostre emozioni hanno uno scopo, belle o brutte che siano.
Detto questo, ritorniamo alla tristezza. Essere tristi provoca ovviamente delle conseguenze, ma non tutte queste conseguenze sono immediate o ovvie come potremmo immaginare. Di universalmente noto potremmo elencare la mancanza di energie, l’umore depresso, il futuro visto come nero e senza speranza. Quando immaginiamo nella nostra testa una persona triste la immaginiamo di solito con queste caratteristiche. Ma ce ne sono molte altre, altrettanto importanti, da elencare. Prima fra tutte, l’anedonia, ossia l’incapacità di provare piacere facendo attività che di solito ci piacciono. Potrebbe sembrare una conseguenza della mancanza di energie, ma è in realtà un possibile sintomo parallelo ed interdipendente. Così come lo sono l’abbassamento dell’autostima e della motivazione, la diminuzione dell’attenzione, lo sviluppo di problemi del sonno e dell’alimentazione, il ritiro dalle interazioni sociali. Importante elencare anche l’irritabilità come possibile conseguenza della tristezza: questa è più comune in età pediatrica ed adolescenziale, e può essere un segnale che il genitore può cogliere.
Di buono c’è che solitamente la tristezza, quando non è patologica, tende a passare. Magari può durare per qualche tempo, come nel lutto dopo la morte di un genitore. Ma essere tristi dopo la morte di un genitore è assolutamente normale, posto che il rapporto fra i due non fosse troppo problematico. Il lutto è una perdita e noi dobbiamo cercare di accettarla. Ma quanto tempo ci potrebbe volere? Dipende da persona a persona, da cultura a cultura. Non c’è una tabella di marcia univoca per il superamento del lutto. Così come non c’è quando vediamo compromesso qualcosa che per noi è importante, come un obiettivo che ci eravamo posti o un traguardo da raggiungere. Ma anche per cose più piccole, tutto dipende da quanto è importante per noi in quel momento ciò che è stato compromesso. Possiamo intristirci fino a scoppiare in lacrime perché non ci hanno preso come comparse per un film amatoriale della durata di quindici minuti? Certo che sì. La tristezza è un’emozione che proviamo noi, per noi. Il fatto che magari i nostri amici di lì a poco inizieranno a prenderci in giro non ha nulla a che vedere con la genuinità dell’emozione.
Il che ci porta ad un altro punto: la depressione. Nel linguaggio quotidiano comune, i termini tristezza e depressione sono utilizzati in maniera intercambiabile. Una persona è triste per un qualsiasi motivo? È depressa. Un’altra persona è depressa perché ha avuto un lutto in famiglia? È triste. Parlando in maniera colloquiale tra persone che non siano professionisti della salute mentale non è così inusuale e nemmeno così sbagliato, per quanto ci riguarda. In effetti, cercando fra i sinonimi, triste è sinonimo di depresso e viceversa. Nell’ambito della salute mentale, invece, le due cose sono drasticamente diverse. A tal proposito, dovrei quindi un’ulteriore specificazione.
I sintomi che prima ho elencato, associandoli alla tristezza, sono in realtà sintomi legati alla depressione. Eppure, chiunque sia stato triste in vita sua potrebbe confermare di aver sentito alcuni di quei sintomi su di sé, senza arrivare a ricevere una diagnosi di qualche tipo. Quindi, il discorso filerebbe liscio tra il pubblico generale. Di cosa stiamo parlando allora?
Depressione. Se ne parla come se fosse un’entità unica e monolitica. In realtà esistono diversi tipi di depressione, con gravità e conseguenze molto diverse, e per fare una diagnosi corretta bisogna attenersi al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, o DSM. Non che fare una diagnosi ci permetta di inquadrare al 100% il mondo interiore di una persona, ma almeno ci darà un’idea generale di cosa dovremmo aspettarci nel decorso della malattia, nonché come curarla. Oltre a questo, ci sono molte sottocategorie da poter applicare dopo un’accurata valutazione. Un criterio di diagnosi comune è però la tristezza, o l’umore depresso. La tristezza in sè quindi non è la depressione, ma una sua componente. In ogni caso, è presente un disagio clinicamente significativo, che porta ad una compromissione del funzionamento in diversi ambiti, come quello sociale o lavorativo.
Facendo una veloce carrellata, la prima forma di depressione che vogliamo elencare è il Disturbo Depressivo Maggiore, che peraltro è una delle forme più gravi, visto che può impedire alla persona affetta di svolgere anche attività quotidiane di base. Nel DSM esistono criteri specifici per fare questa diagnosi, ma fra i possibili sintomi ce n’è forse uno che è il più pericoloso e subdolo: i pensieri negativi. In particolare, i pensieri suicidi.
Fermiamoci un attimo su questi ultimi. Il rischio suicidario è un denominatore comune fra molte forme di depressione e fra disturbi mentali di diverso tipo, al punto che per alcune forme di psicoterapia viene indicato di fare un contratto con il paziente nel quale lui si impegna a non suicidarsi fino alla fine del periodo temporale di trattamento. Non è necessariamente presente fra tutte le persone affette da depressione, ma è importante indagarlo tempestivamente. Domande come “Ultimamente ti è mai capitato di pensare seriamente al suicidio?” possono sembrare sgradevoli e inopportune, eppure sono estremamente importanti e meriterebbero una risposta sincera da parte del paziente, che di solito non avrà problemi a rispondere con la verità. Non si tratta di essere paranoici o di vedere un rischio suicidario anche dove non c’è. Si tratta invece del fatto che la morte è l’unica condizione irreparabile per la cura del paziente, ma è anche un modo per il paziente di smettere di soffrire definitivamente. Sì, una via di fuga, una liberazione.
Quando vediamo il futuro nero come la pece e la tristezza ci sta divorando dentro e fuori è così strano vedere la morte come la fine di ogni sofferenza? Come la soluzione più veloce ed efficace che abbiamo, da ricercare attivamente? No, non quando siamo in quelle condizioni. Quanti di noi potrebbero resistere all’inferno per settimane, mesi, anni?
Ma ritorniamo alla nostra carrellata. Abbiamo menzionato il Disturbo Depressivo Maggiore. Una sua versione con sintomi generalmente meno intensi è la Distimia, detta anche Disturbo Depressivo Persistente, la cui caratteristica più saliente è appunto la persistenza, la cronicità. Per questa diagnosi è necessario, tra le altre cose, che vi sia umore depresso per un periodo di almeno due anni. Cosa abbiamo detto un attimo fa sul resistere all’inferno per lungo tempo? La versione soft dell’inferno è sempre l’inferno.
Possiamo poi parlare dei Disturbi Bipolari, distinti in Disturbo Bipolare di Tipo 1, Disturbo Bipolare di Tipo 2 e Ciclotimia. In tutti e tre i casi ci riferiamo a disturbi nei quali vediamo alternarsi stati depressivi e stati maniacali, in numero, durata e intensità diverse a seconda del Disturbo Bipolare di cui stiamo parlando. Per farsi una vaga idea di cosa possa voler dire, immaginiamo di passare da periodi in cui ci sentiamo sinceramente capaci di qualunque impresa a periodi in cui ci sentiamo degli stracci senza speranza con l’umore sotto i piedi, magari con pensieri suicidari. È difficile mettersi nei panni di una persona affetta da questa condizione. Quel che è certo è che non si tratta di una caratteristica particolare di una persona eccentrica, ma di un disturbo riconosciuto e che si può trattare con la giusta terapia.
Esistono poi altri tipi di depressione, legati al rapporto tra mente e corpo. Il primo è il Disturbo Disforico Premestruale. Piuttosto comune, si manifesta da una due settimane prima dell’inizio del flusso mestruale, il che naturalmente lo rende un disturbo esclusivamente femminile. I sintomi, molto variegati e diversi da persona a persona, riguardano sia la sfera psicologica che quella fisica. Tra quelli psicologici possiamo annoverare insonnia, difficoltà di concentrazione, depressione, ansia, irritabilità, stanchezza, solo per citarne alcuni. I sintomi fisici invece includono gonfiore addominale e delle gambe, ritenzione idrica, dolori muscolari, aumento di peso e altri. Questo disturbo tende a sparire con l’arrivo del flusso mestruale e si può considerare parafisiologico, ma qualora i sintomi fossero troppo intensi ci si può rivolgere ad un professionista per un aiuto mirato, sia fisico che psicologico.
Abbiamo poi il Disturbo Depressivo indotto da Sostanze o indotto da Farmaci. Per sostanze intendiamo droghe, alcool, sostanze d’abuso. Normalmente se ne fa uso per migliorare il proprio umore, avere energia, dimenticare il dolore. Se esistono questi effetti positivi sulla psiche è così strano pensare che ce ne possano essere anche di negativi? Peraltro, spesso è la depressione a far cadere la persona nell’uso di sostanze, sostanze che a lungo andare magari inducono la loro di depressione, in un circolo vizioso da cui è veramente difficile uscire, senza parlare della dipendenza stessa.
Discorso analogo per i farmaci. Tutti i farmaci hanno almeno un effetto collaterale, sono sostanze come lo sono anche le droghe. La depressione può essere uno di questi effetti. Un caso strettamente legato al corpo è il Disturbo Depressivo dovuto a un’altra condizione medica. In questo caso, la depressione è una diretta conseguenza fisiopatologica di una condizione medica in atto, ad esempio una malattia. Infine, citiamo il Disturbo Depressivo con Altra Specificazione ed il Disturbo Depressivo Senza Specificazione. In entrambi i casi, si trovano i sintomi caratteristici di un qualsiasi disturbo depressivo, compreso il disagio clinicamente significativo, ma non sono soddisfatti i criteri per far rientrare la condizione in una classe diagnostica di questi disturbi.
Concludiamo con qualcosa di ovvio, ma che vale la pena ricordare sempre. I Disturbi Depressivi non sono debolezza, non sono pigrizia e non sono un capriccio. Sono malattie. Malattie della mente, come la malaria è una malattia del corpo. Se una persona prende la malaria, potremmo definirla debole o pigra? No, semplicemente si va dal medico e ci si fa dare la cura adeguata. Con i Disturbi Depressivi, o con qualsiasi altro disturbo mentale, è la stessa cosa.
Con le etichette non si guariscono le persone, con la giusta terapia invece sì.
