Procrastinazione: di cosa stiamo parlando?
E’ arrivata l’ora di scrivere un nuovo articolo. Dovrei farlo, ma non me la sento particolarmente. So che è da un po’ di tempo che questa sezione del sito sembra che sia rimasta orfana, che se continuo così più che un sito sembrerà di avere un blog di Netlog abbandonato. Però proprio non mi viene. Questo articolo potrebbe non venire perfetto, che lo scrivo a fare? Tutti penserebbero che sono un incompetente. Quasi quasi lo rimando, almeno per un po’ non ci penso e non me ne sto con questa ansia di scrivere addosso. Riproverò quando sarò più ispirato. Sarò diventato pigro? Può essere, ma meglio pigro che con un articolo imperfetto sul sito. Giusto?
Ed eccoci qui a parlare di un problema molto diffuso e al contempo molto frainteso: la procrastinazione. Partiamo da una semplice definizione: procrastinare significa rimandare volontariamente un’azione nonostante le conseguenze negative previste. Proprio come nell’esempio che ho fatto sopra. Spesso chi procrastina è giudicato (o si giudica) negativamente, dicendo cose come “sei pigro”, “non hai forza di volontà”. Quindi, oltre al subire le conseguenze negative del rimandare qualcosa, ci troviamo anche con un giudizio negativo sulla nostra persona, che certamente non aiuta. Parebbe quindi evidente che non ci siano vantaggi o motivi per procrastinare, in particolare per le cose importanti. In poche parole, procrastinare è sbagliato.
Ma la mente non funziona così. Nella nostra ottica evolutiva, tutti i meccanismi che la nostra mente mette in moto sono funzionali a qualcosa, qualcosa che nei secoli ci ha aiutato a sopravvivere. Ovviamente, sono funzionali a qualcosa secondo la prospettiva della nostra mente, non in senso assoluto. Questo implica che i risultati prodotti dai meccanismi della mente di una persona X non sono necessariamente i migliori in senso generale. Sono i migliori secondo la mente di X, e questa mente risponde solamente alle sue regole, apprese tramite le sue esperienze, utilizzando le risorse a sua disposizione.
I disturbi mentali sono uno dei possibili risultati. Certamente, essere affetti da un disturbo mentale non è “utile” nella vita di tutti i giorni, anzi. Ma facciamoci qualche domanda: avere una gamba rotta è sbagliato? Avere una spalla lussata è sbagliato? Avere un Disturbo da Stress Post Traumatico dopo essere stati in guerra è sbagliato? E’ praticamente la stessa cosa: i disturbi mentali non sono sbagliati, così come non lo sono le gambe rotte. Semplicemente, se ne prende atto e si cerca di risolvere il problema. Cambiano giusto il modo di affrontare le cose e i meccanismi sottostanti, come il fatto che i disturbi mentali sono il risultato migliore che la mente è riuscita a generare per proteggere sè stessa.
E’ tutto lì, proteggere sè stessi.
Voglio forse dire che anche la procrastinazione protegge chi la pratica? Assolutamente sì. Andiamo nel dettaglio.
Partiamo dal dire che chi procrastina non è “pigro”. Invece, è spesso ansioso, perfezionista, molto autocritico, con bassa autostima. E la procrastinazione in sè è spesso legata a disturbi come ansia, depressione, disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività (ADHD), disturbo ossessivo compulsivo. Di frequente c’è anche il fatto che magari è cresciuto in un ambiente dove il focus era sulla prestazione (come con i voti a scuola) piuttosto che sull’impegno profuso e su quanto imparato. Restiamo appunto su quest’ultimo caso, visto che si tratta delle radici del più grande alleato della procrastinazione: il perfezionismo maladattivo. Non è certamente l’unico, ma lo useremo per capire meglio di cosa stiamo parlando.
Immaginiamo di essere cresciuti in un collegio molto rigido o in qualche super scuola privata. Ci è stato insegnato fin da piccoli che l’importante è il risultato, che il non avere prestazioni eccellenti è punito con umiliazioni o giudizi negativi, che non importa a nessuno del tuo andamento generale o del tuo impegno, solo se raggiungi un risultato perfetto. Chi è super bravo merita lodi, o almeno l’evitamento di una punizione. Aggiungiamoci anche il fatto che tecnicamente non affrontando una prova non si può essere giudicati negativamente sulla prestazione, perchè la prestazione non c’è stata. Con che prospettiva affronteremo le prossime prove? Con che stato emotivo? Con che aspettative? Su cosa ci focalizzeremo? Ovviamente avremo un focus sul risultato, che deve essere necessariamente perfetto, altrimenti non ne vale nemmeno la pena di provare. Avremo tutta una serie di emozioni spiacevoli legate all’affrontare una prova, come ansia da prestazione, paura di fallire, noia, frustrazione, tutte emozioni che non vorremmo sentire. E sapremo che tutta questa pressione deriva dal dover affrontare una prova.
E qui viene in nostro “aiuto” la procrastinazione.
Se rimandiamo la prova eviteremo per un po’ le emozioni spiacevoli ad essa legata. In altre parole, attuiamo un evitamento emotivo. Questo evitamento fornisce un sollievo immediato dalla pressione. Il sollievo rinforza e rende più probabile il ripetersi della procrastinazione, perché oggettivamente ci fa stare meglio. E’ un circolo vizioso, ma funziona perfettamente nella mente della persona che procrastina. E’ vero, non affrontando la prova rimarremo indietro, ma d’altra parte se non riuscissimo a svolgerla perfettamente sarebbe una tragedia e una pubblica umiliazione, nonchè un brutto colpo alla nostra autostima. Non impareremo cose nuove? Il focus non era certamente quello, quindi non è importante. Ci saranno conseguenze negative? Pazienza, lo sappiamo benissimo, ma il gioco vale la candela.
Non ha tutto molto più senso ora? Ovviamente l’esempio che ho fatto non è rappresentativo di tutti i casi, anzi, forse è fin troppo riduttivo. Ma la procrastinazione dovuta ad un perfezionismo maladattivo è un problema così diffuso nella società che valeva la pena spiegarla sotto questa lente. Ci sono un’infinità di possibili cause e credenze sottostanti, e sarebbe impossibile elencarle tutte in un post. In futuro potrei approfondire ulteriormente in un altro articolo.
Ma non ci interessa questo, a noi interessa capire come superare la procrastinazione. Il primo passo è capire come funziona, cioè quello che abbiamo appena detto. Non siamo pigri, stiamo solo utilizzando una strategia (maladattiva) per gestire emozioni difficili. Questo lo abbiamo capito.
E ora?
La terapia può aiutarci enormemente per superare la procrastinazione. Scoprire i pensieri irrazionali sottostanti e metterli in discussione, rielaborandoli in modo più funzionale, può sbloccarci da quella palude in cui ci siamo impantanati. Ma in terapia Cognitivo Comportamentale non basta lavorare in studio con lo psicologo, bisogna lavorare soprattutto nella vita quotidiana. In particolare, ci sono alcune strategie che possono essere facilmente utilizzate da chiunque. Ad esempio: non serve che svolgiamo subito tutto il compito che stiamo procrastinando. Bisogna cominciare facendo piccoli passi, anche solo cinque minuti, agendo anche in presenza di emozioni negative. Dobbiamo scrivere una tesi? Oggi iniziamo scrivendo una pagina. Allo stesso modo, un altra strategia è suddividere il compito in parti più piccole, secondo una scaletta: passiamo così da una montagna insormontabile a una serie di piccoli passi. Ed ovviamente, bisogna premiare gli sforzi fatti, altrimenti non ci sarà nessun rinforzo a modificare i meccanismi della nostra mente.
In conclusione, possiamo dire che la procrastinazione è una strategia soggettivamente funzionale per gestire le emozioni difficili, ma maladattiva nel lungo periodo. La buona notizia è che si può imparare a gestire in modo diverso.
Se hai problemi di procrastinazione e ti sei rivisto nelle parole di questo articolo, non esitare a contattarmi. Con il giusto supporto psicologico possiamo superare il problema insieme!
