La Psicologia e il modello cognitivo comportamentale
La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei principali approcci della psicologia moderna. Per capire la mente e i suoi processi, questo modello si affida a schemi come l’ABC, che aiutano a interpretare emozioni, pensieri e comportamenti.
Ora, la mente non è qualcosa che è possibile osservare direttamente, a differenza magari di una pianta o di una roccia. Per capire qualcosa di così astratto dobbiamo affidarci ai modelli, ossia delle interpretazioni di tutto ciò che è stato osservato e compreso su uno specifico argomento.
In questo caso l’argomento è la mente, quindi noi possiamo desumere come essa funzioni in base a ciò che “produce”, come comportamenti, emozioni, sensazioni corporee, tendenze a fare qualcosa. In base a ciò ci si può fare un’idea del funzionamento della mente, sia in linea generale sia nel singolo caso, e diventa dunque possibile costruire un modello.
La psicologia è una scienza molto particolare, ma sempre scienza rimane. Questo significa che i modelli che crea, per essere validi, devono essere riproducibili da altre persone e dare gli stessi risultati, a parità di condizioni ovviamente. Idealmente, dovrebbe descrivere bene anche quali parti del nostro cervello si attivano al momento in cui si provano, ad esempio, delle determinate sensazioni o emozioni. Se il modello funziona dovrebbe essere possibile fare delle previsioni su cosa possa succedere nella mente di una persona in risposta ad un qualche stimolo, interno o esterno che sia, e cosa farà la persona di lì a poco.
Ma soprattutto, se il modello funziona, possiamo arrivare ad una analisi completa del problema che attanaglia la mente della persona e capire come intervenire per farla stare meglio. Questo è il senso della psicoterapia.
Ho scelto il modello cognitivo-comportamentale perché esso soddisfa tutti i criteri che ho appena descritto. La psicoterapia basata su questo modello è probabilmente la più efficace e diffusa al mondo e c’è una vasta letteratura a supporto dei vari protocolli di cura.
Per quanto sia esaustivo, alla base c’è uno schema molto semplice ed intuitivo, che potrebbe essere immaginato come il piccolo seme di un grande albero di psicologia cognitivo comportamentale, i cui rami si estendono per decine di metri in diverse direzioni.
Questo seme si chiama ABC.
ABC è un acronimo di tre parole, tratte dall’inglese:
A sta per antecedents, che possiamo liberamente tradurre come “stimolo attivante”;
B sta per belief system, che in pratica è l’interazione di credenze, ragionamenti, pensieri relativi allo stimolo attivante A;
C sta per consequences, cioè le conseguenze dei vari pensieri B in risposta allo stimolo A. Queste possono essere emozioni, tendenze a fare qualcosa, sensazioni corporee, comportamenti e altro.
Facciamo un altro passo: creiamo una griglia alta 2 blocchi e larga 3.
Nei tre blocchi superiori scriviamo A, B e C, ognuno in un blocco diverso e in quest’ordine. Nei blocchi inferiori scriveremo invece qual è uno stimolo attivante, cosa mi passa per la testa in risposta allo stimolo, e infine come reagisco.
Ad esempio:
A: esce un serpente da sotto il tavolo mentre sto mangiando;
B: “I serpenti sono pericolosi”, “sono vulnerabile in questo momento”, “se non scappo finisce male”, “voglio vivere”;
C: provo paura, scappo via, urlo, mi vengono i brividi.
Come scritto in precedenza, uno schema semplice ma esaustivo e comprensibile, e che descrive perfettamente tutta la vicenda, dall’inizio alla fine. Va da sé che se io fossi un allevatore di serpenti con 40 anni di esperienza alle spalle i B sarebbero decisamente diversi, e di conseguenza anche i C.
A: esce un serpente da sotto il tavolo mentre sto mangiando;
B: “da dove è saltato fuori questo?”, “dovrei fare qualcosa, non posso lasciare che giri libero nel mio ufficio”, “potrei usare quella tecnica che uso sempre in questi casi”;
C: provo un po’ di sorpresa, afferro il serpente con un piede e lo metto in un secchio.
Stesso stimolo A, ma B e C diversi. E’ qualcosa che vediamo ogni giorno: persone diverse che rispondono in maniera diversa agli stessi stimoli. In estrema sintesi e semplificazione, a renderci differenti sono i nostri personalissimi B. B di cui, peraltro, potremmo non essere completamente a conoscenza.
Il problema comincia a porsi quando i pensieri B in risposta ad uno stimolo A portano a dei C che ci fanno stare male, o che causano problemi a noi, alle nostre interazioni sociali, a lavoro, alla vita quotidiana. A questo possiamo aggiungere il fatto che gli stimoli attivanti A non sono necessariamente esterni: il pensare ad una determinata cosa potrebbe essere esso stessa uno stimolo A. In questo caso, se tramite i B giungiamo a dei C che ci fanno stare male allora ci troveremo ad avere una situazione molto spinosa fra le mani. Lo stesso discorso vale per stimoli esterni, ma è più facile evitare un lupo che i propri pensieri.
Il compito della psicoterapia è aiutare le persone a stare meglio. La mente può fare paura, ma con la giusta conoscenza e metodo ogni meccanismo incomprensibile diventa magicamente accessibile e semplice da capire. Le rotelle che non girano come dovrebbero possono tornare a funzionare correttamente e alla fine di ogni seduta il paziente conoscerà qualcosa in più di sé stesso.
Questo è il mio lavoro.
