L'importanza dell'ascolto
In psicologia, l’ascolto è una componente fondamentale delle relazioni e del benessere mentale. Ma perché è così importante essere ascoltati?
Avere a che fare con altre persone può non essere sempre piacevole. A volte semplicemente non ne possiamo più e sentiamo il bisogno di allontanarci dagli altri e restare per conto nostro. È normale, succede a tutti. Tuttavia, noi umani, come specie, ci siamo evoluti nel tempo per vivere in comunità e questo porta con sé tutta una serie di conseguenze.
Facciamo un esempio: un pesce. Ha le branchie che gli permettono di respirare sott’acqua, ha un corpo idrodinamico, ha degli arti adatti al nuoto, ha degli occhi che gli permettono di vedere alla profondità in cui solitamente vive e ha sviluppato dei modi per difendersi dai predatori o per cacciare. Possiamo dire che questo pesce, qualunque esso sia, si sia evoluto per vivere al meglio in acqua. Bene, noi umani abbiamo fatto esattamente la stessa cosa, compreso il fatto che anche la nostra mente si è evoluta per farci prosperare in comunità. Va bene, ma cosa c’entra tutta questa premessa con l’ascolto?
Parlando di interazione fra persone, ascoltare ed essere ascoltati non sono attività neutre dal punto di vista emotivo. Non ci si scambia solo informazioni in maniera asettica. Ci si scambia, fra le altre cose, desideri, sogni, ideali. Quanti di noi ricordano quelle serate estive in cui ci si trova con gli amici a notte fonda seduti su delle sedie di plastica a parlare delle cose più disparate? Quasi sicuramente quelle sono esperienze che lasciano qualcosa, non ti scivolano addosso. Forse poi non ci si ricorderà di cosa si è parlato, ma le sensazioni e le emozioni provate durante quei momenti difficilmente si scordano. Questo vale ovviamente sia in senso positivo che negativo. Dal punto di vista prettamente utilitaristico, interagire con gli altri ci permette di avere informazioni, di capire meglio le altre persone, l’ambiente in cui siamo, di creare amicizie ed alleanze, di evitare pericoli, di non essere soli contro il mondo. Già questo basterebbe ad incentivare l‘interazione e a considerarla come un pilastro fondamentale non solo della nostra esistenza, ma anche della nostra sopravvivenza.
Più spesso, però, ci capita di parlare delle nostre esperienze, dei nostri interessi, di ciò che ci affligge. Quello che facciamo in questo caso è aprirci con gli altri. Aprirsi significa condividere, ma significa anche esporsi, essere vulnerabili, specialmente parlando delle proprie vicissitudini. In quei momenti stiamo facendo una scommessa sul fatto che il nostro interlocutore sia una persona meritevole di fiducia, che ci ascolti, che non ci giudichi e che magari possa darci il suo punto di vista o una soluzione alle nostre problematiche. Stiamo anche scommettendo sul fatto che quello che diciamo non verrà usato contro di noi. La valutazione di queste probabilità determina se decideremo di aprirci con qualcuno o meno.
A volte però c’è qualcosa che ci tormenta così tanto che vogliamo essere ascoltati anche a costo di sentirci urlare contro. Un peso, un segreto, o tutta la nostra sofferenza in generale. Perché mai dovremmo sentire il bisogno di parlare con altri di cose del genere? Semplicemente perché parlare è condivisione. Un peso è più leggero se si è in due a portarlo. Non ci si sente meglio dopo che ci siamo sfogati con qualcuno? Il succo è quello. Nel fare questo abbiamo anche dimostrato all’altro che ci fidiamo di lui. Questo può creare o rinforzare un’alleanza o un’amicizia.
Naturalmente può anche capitare che il nostro interlocutore ci prenda in giro o che usi la nostra debolezza contro di noi. Come abbiamo già detto, bisogna fare una valutazione delle probabilità e dei costi, ma con un minimo di discernimento il gioco vale la candela.
Essere ascoltati porta sicuramente dei vantaggi, ma c’è una condizione necessaria per farla funzionare: la presenza di un’altra persona degna di fiducia ai nostri occhi. L’abbiamo già detto più volte, eppure è una cosa assolutamente non scontata. A volte siamo, oppure ci sentiamo, soli. Senza amici, senza appigli.
È una brutta sensazione, soprattutto in un mondo che vive in tante piccole comunità. Non serve che siamo fisicamente soli: ci si può sentire soli anche in compagnia del proprio partner, della propria famiglia o di amici che tanto amici non sono. Se non li si ritiene degni di fiducia (o meglio, se non ci fidiamo di quello che potrebbero fare una volta che ci avranno ascoltati) allora non ci apriremo con loro. Semplice, così come è semplice capire che in quella situazione il peso è tutto nostro.
E non è detto che in quel momento abbiamo tutti gli strumenti necessari per gestirlo. Gestirlo non solo a livello di soluzione, ma anche dei nostri sentimenti ed emozioni a riguardo. Se una preoccupazione ci causa molta ansia allora anche l’ansia stessa diventerà una preoccupazione, se lasciata correre.
Oppure, potrebbe capitare che l’emozione o i pensieri che emergono nella nostra in risposta ad un evento non siano coerenti con l’evento stesso. Facciamo un esempio molto leggero: se prendiamo in braccio il sorridente neonato della nostra amica normalmente ci aspetteremmo di provare interesse, felicità, calore, ma potremmo invece trovarci a provare, ad esempio, tristezza. In questi casi a volte capita di sapere il perché, mentre in altri non abbiamo proprio idea del motivo di quella reazione. Quello che conta è che dopo potremmo trovarci a chiederci “perché faccio così? ho qualche rotella fuori posto?” e a quel punto avremo un bel tarlo nella testa. Siamo matti? E con che faccia potremmo parlare a qualcuno di quanto accaduto? Ci prenderebbero in giro? Ci isolerebbero in quanto “strani” o “indesiderabili“? Pensieri del tutto legittimi e adattivi per quanto riguarda il mantenere un rapporto con gli altri, ma intanto avremo queste idee che ci girano per la mente notte e giorno, tutte per noi. Idee che ovviamente ci logoreranno.
In quei momenti vorremmo avere un ascoltatore incondizionato, qualcuno che presti orecchio a tutte le nostre preoccupazioni, che non ci metta addosso quelle etichette che tanto temiamo e che magari ci rassicuri sul fatto che abbiamo tutte le rotelle a posto. Questo tipo di ascolto è quello a cui sono addestrati gli psicologi, in quanto mezzo indispensabile per tutto il processo di guarigione. Questo senza voler sminuire il beneficio tratto dal parlare con degli amici fidati, ovviamente. Ma la verità è che praticamente nessuno durante la nostra vita ci insegna come funziona la mente. La mente è come un qualsiasi organo: è più probabile che a diagnosticare e curare correttamente un’appendicite sia un chirurgo con esperienza decennale in ambito gastrointestinale oppure il nostro migliore amico Gino, appassionato di Doctor House? Con tutto il bene che possiamo volere a Gino, probabilmente andremo dal chirurgo. Con la mente è la stessa cosa.
Detto questo, concludiamo dicendo che se attorno a noi abbiamo persone con cui ce sentiamo di aprirci liberamente dovremmo considerarci più che fortunati. C’è un motivo se esiste il detto “chi trova un amico trova un tesoro“. La condivisione e l’ascolto sono alla base di qualsiasi gruppo che punti ad essere forte e coeso. I nostri alleati non sono solo persone diverse da noi. Fanno parte di noi, sono una nostra risorsa.
Non dobbiamo essere soli contro il mondo.
