Cicatrici
Tra ritmo, dolore e tutto quello che non avevo visto
Per questo articolo voglio portare una storia. Una storia che parla di entusiasmo, innocenza, ignoranza, supponenza, frustrazione, scoperta. Una storia iniziata più di 20 anni fa e che in un certo senso continua tuttora. Una storia eccessivamente lunga per arrivare ad un messaggio tanto personale quanto banale. Ma se questa lunga narrativa può portare qualcuno a raggiungere una nuova prospettiva sarò felice di aver passato l’ultimo weekend a scrivere questo articolo.
Iniziamo.
E’ l’estate del 2002. Io ho 13 anni. La tv è accesa su MTV. All’epoca, per rompere il silenzio, MTV era sempre una buona scelta, perchè trasmettevano sempre video musicali, classifiche dei vari singoli aggiornate praticamente ogni giorno, e ancora video musicali. MTV, Music Television, appunto. Era un po’ come avere una radio accesa. In quel periodo ce ne sono tante di canzoni belle, sia italiane che non. E ce n’era una in particolare che aveva colto la mia attenzione.
“By the way”, dei Red Hot Chili Peppers.
Ero rimasto colpito dalla musica, dal ritmo, dai tanti diversi toni di voce usati durante la canzone, dal video energico e pieno di colori. Il mio inglese di tredicenne non era assolutamente in grado di capire bene le parole del testo, nè tantomento il senso generale. Non importa, storpiando un po’ le parole riuscivo, a modo mio, a cantarla e in generale a starci dietro. Quella canzone è rimasta in classifica per tutta l’estate, quindi ho avuto modo di ascoltarla molte, molte volte. I Red Hot Chili Peppers erano entrati a far parte della mia vita.
Gli anni passano, Internet fiorisce, e tra una cosa e l’altra scopro le altre canzoni della band. Prima quelle dell’album “By the way”, del 2002, con lo stesso nome della canzone appunto, tra cui “Can’t stop” e “The Zephyr song”. Poi vado indietro di qualche anno e faccio la mia conoscenza con l’album “Californication”, del 1999. Tra le canzoni di quest’album, oltre a “Californication” e alle altre, ci sono anche “Scar Tissue” e “Otherside”. Un filo comune che lega queste canzoni è il tono, che a volte sembra leggero, a volte energico, a volte malinconico. Il mio inglese è migliorato parecchio nel frattempo, ma ancora non riuscivo ad afferrare bene parole e senso generale delle canzoni. In ogni caso, i Red Hot Chili Peppers sono sempre nel mio lettore mp3, o nel mio cellulare.
Passano gli anni. 20 anni. Io ho aperto il mio studio, e mentre faccio le mie cose tengo in sottofondo una playlist di Youtube con canzoni suggerite dall’algoritmo. Improvvisamente, dopo “Tubthumping” dei Chumbawamba, parte una musica familiare. E’ “Scar Tissue”. La ascolto con piacere, era passato tanto tempo dall’ultima volta. Decido che l’avrei usata come musica di sottofondo per alcuni dei miei reel su Instagram.
Passa ancora un po’ di tempo e l’algoritmo di Youtube evidentemente doveva essersi accorto che mi piaceva la musica dei Red Hot Chili Peppers, perchè ogni giorno la playlist autogenerata mi inseriva almeno un paio di loro canzoni. Niente di male in tutto questo.
Ma c’è qualcosa che non mi torna.
Io conosco queste canzoni, ma qualcosa non va.
Come se mi mancasse un pezzo del quadro.
Conosco queste canzoni…
Conosco queste canzoni..?
Certo che le conosco, le ascolto da 20 anni…
Ma non so cosa dica il testo.
Non so di cosa parlino queste canzoni.
Decido che è ora di concentrarsi per un po’: con il mio livello di inglese attuale non dovrei avere problemi a capire il testo di una canzone. Del resto, con altre canzoni in inglese mi riesce senza troppi problemi. Quindi, apro l’app di Youtube, cerco “Scar Tissue Red Hot Chili Peppers”, e mi metto ad ascoltare, con attenzione.
Mentre nel video una macchina si allontana verso l’orizzonte in una strada in mezzo al deserto, mi rendo conto che nonostante tutto non sono riuscito a capire praticamente niente. Parole qui e lì, sì. Ma non molto di più. E assolutamente non avevo afferrato il concetto generale, il messaggio.
Così, un po’ frustrato per il fatto che il mio inglese non sia ancora ad un livello sufficiente per capire una canzone che ascolto da 20 anni, apro la barra di ricerca di Youtube e cerco “Red Hot Chili Peppers Scar Tissue Lyrics”. Youtube è pieno di video musicali non ufficiali con il testo di una canzone, ottimi per il karaoke. Scelgo quello che sembra avere più visualizzazioni, e faccio partire il video.
3 minuti e 37 secondi dopo, mi rendo conto che il mio problema non è l’inglese. Ho letto tutto il testo della canzone, in video, so cosa vogliono dire le varie strofe. Più o meno.
Ma ancora non riesco a capire di cosa parli questa canzone.
Rassegnato, vado su Google, e cerco “”Red Hot Chili Peppers Scar Tissue Lyrics”. Questo è quello che leggo:
Scar tissue that I wish you saw
Sarcastic mister know-it-all
Close your eyes and I’ll kiss you, ‘cause
With the birds I’ll share
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely viewin’
Push me up against the wall
Young Kentucky girl in a push-up bra
Fallin’ all over myself
To lick your heart and taste your health ‘cause
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely view
Blood loss in a bathroom stall
A southern girl with a scarlet drawl
I wave goodbye to ma and pa
‘Cause with the birds I’ll share
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely viewin’
Soft spoken with a broken jaw
Step outside but not to brawl and
Autumn’s sweet, we call it fall
I’ll make it to the moon if I have to crawl and
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely view
Scar tissue that I wish you saw
Sarcastic mister know-it-all
Close your eyes and I’ll kiss you, ‘cause
With the birds I’ll share
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely viewin’
With the birds I’ll share this lonely view
Ora ho il quadro completo, o almeno così penso. Musica, testo. Posso leggerlo tutte le volte che voglio ed arrivare a capire quale sia il tema della canzone. Quindi lo leggo e lo rileggo. Poi lo rileggo ancora. Niente.
Sarebbe un disservizio verso Anthony Kiedis, cantante dei Red Hot Chili Peppers, tradurre in italiano il testo, ma anche con la traduzione non si riuscirebbe comunque a capire dove si voglia andare a parare. Non è una questione di significato delle singole parole.
A questo punto non si tratta più di una semplice curiosità, si tratta di una sfida, non posso arrendermi. Mi faccio un caffè e mi preparo ad affrontare questa prova che mi si para davanti. Metto da parte i miei dubbi e le mie incertezze e affronto la sfida a testa alta.
E con “affronto la sfida” intendo “apro Google e cerco di cosa parli Scar Tissue”.
Senza saperlo, ero entrato nella tana del Bianconiglio. Innanzitutto, “Scar Tissue” non è solo il titolo di una canzone. E’ anche il titolo dell’autobiografia di Anthony Kiedis, scritta in collaborazione con Larry “Ratso” Sloman e pubblicata nel lontano 2004. Non ho ancora avuto l’occasione di leggerlo per intero, ma solo tramite citazioni, interviste, post e commenti su siti vari. Tuttavia, quello che sono riuscito a capire ha aperto i miei occhi sul mondo di Kiedis e dei Red Hot Chili Peppers. Avevo trovato la lente di lettura e improvvisamente tutto era più chiaro. O, almeno, avevo un’interpretazione coerente.
Andiamo con ordine. Anthony nasce a Grand Rapids, in Michigan, nel 1962. Si trasferisce di lì a poco a Los Angeles, per vivere con il padre Blackie Dammett, attore e spacciatore. A 12 anni, insieme al padre, Anthony inizia a fare uso di droga. In quegli anni vive esperienze sessuali precoci, unite alle esperienze psicotrope dovute alle sostanze. Frequenta poi un liceo a Los Angeles, luogo in cui conosce Flea e Hillel Slovak, assieme ai quali fonderà i Red Hot Chili Peppers. Contemporaneamente, Anthony inizia a fare un uso sempre più massiccio di eroina e cocaina, che lo portano a momenti alternati di euforia creativa e crolli psicologici. L’uso di sostanze peggiora man mano che la band comincia a crescere.
Nel 1988 Anthony vede morire di overdose Hillel, suo amico fraterno. Questo è un evento che sconvolge Anthony, al punto che non riesce nemmeno a partecipare al funerale dell’amico. E’ in questo momento che prova per la prima volta un profondo senso di colpa e smarrimento. Ma è anche il momento in cui decide di iniziare una lotta decennale contro la dipendenza.
I Red Hot Chili Peppers esplodono in popolarità negli anni 90, con “Blood Sugar Sex Magik”, del 1991. In questo periodo Anthony alterna periodi di sobrietà a ricadute, ha relazioni instabili, crisi depressive, momenti di alienazione. Con queste esperienze ad accompagnarlo nella vita di tutti i giorni continua a scrivere testi sempre più introspettivi.
Alla fine degli anni 90, tra il 1997 e il 1999, si arriva alla rinascita creativa: Anthony si disintossica seriamente. I Red Hot Chili Peppers pubblicano l’album Californication, con testi più spirituali, malinconici e riflessivi rispetto a prima. Tra i brani, “Scar Tissue”, “Otherside” e “Californincation”.
Nel 2004 Anthony pubblica il libro “Scar Tissue”, la sua autobiografia. In essa, il frontman si presenta nel suo lato umano e fragile, raccontando la sua vita senza filtri: droga, sesso, amore, morte, infanzia, vergogna, solitudine. E’ una dichiarazione di identità, e lo si capisce fin dal titolo: lui è fatto di cicatrici.
Da quegli anni a oggi, Anthony mantiene un percorso più stabile. nonostante le ricadute occasionali. Diventa sportivo, vegano e riservato. Continua a esibirsi con i Red Hot Chili Peppers, scrivendo testi sempre più poetici e spirituali.
Ecco chi è Anthony Kiedis: un uomo segnato da esperienze che hanno lasciato cicatrici indelebili, fin dalla sua infanzia. Ha visto morire il suo amico di overdose. Ha combattuto contro i demoni della droga. Ha oscillato tra luce e buio, tra la voglia di amare e quella di sparire. E’ un uomo che per anni abbiamo visto saltare sul palco, a torso nudo, coperto di tatuaggi, ad urlare funk e poesia, come se fosse un’estensione vivente della California più eccessiva. Senza sapere cosa c’era sotto. Senza conoscere le cicatrici.
Ci sono dei temi ricorrenti nella vita di Anthony: la perdita (Hillel, l’innocenza, l’equilibrio), la sopravvivenza (alla fama, alla droga, al dolore), identità, colpa, desiderio di connessione contro l’isolamento, il corpo vissuto sia come tempio che come prigione. Questi temi, di cui ora siamo a conoscenza dopo aver imparato qualcosa della sua storia, sono le fondamenta delle canzoni dei Red Hot Chili Peppers. Sono temi che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi (o meglio, sotto le orecchie), ma che non possono essere afferrati appieno a meno che non si conosca la storia di Anthony. Certo, non aiuta il fatto che i Red Hot Chili Peppers siano dei maestri nel mascherare il profondo sotto il ritmo e la melodia. Anthony ha dichiarato più volte che preferisce non spiegare completamente i testi, per lasciare spazio all’interpretazione personale.
Ma ora, con le nuove informazioni che abbiamo, possiamo capire meglio le canzoni. Riprendiamo “Scar Tissue”: parla di ferite che non si vedono più, ma che si sentono ancora. E’ una metafora della sopravvivenza, non della guarigione piena.
“Scar tissue that I wish you saw / Sarcastic mister know-it-all”: qui Kiedis esprime il desiderio che qualcuno vedesse davvero il dolore nascosto sotto la superficie. Le cicatrici appunto. Mentre “Sarcastic mister know-it-all” può essere una parte cinica di sé stesso, o un riferimento a chi non ha capito il suo dolore.
“With the birds I’ll share this lonely view”: qui parla di solitudine condivisa con la natura, gli uccelli, come in una contemplazione malinconica e rassegnata.
Passiamo a “Otherside”: questa canzone è un grido interno per non ricadere nel buio, nella dipendenza. Ma è anche una canzone sull’ambivalenza, sulla voce che ti sussurra che potresti farcela e quella che ti dice di lasciar perdere. E’ un probabile riferimento alla morte di Hillel, il che ci porta ai temi del senso di colpa e della paura di fare la stessa fine. Può anche essere letta come un dialogo silente tra Anthony e Hillel. Non è una storia di fantasia, bensì un’esperienza vissuta sulla propria pelle.
“How long, how long will I slide? Well separate my side”: qui si ritiene che il termine slide si riferisca allo scivolare nel lato oscuro (della mente, della vita della morte), ad avere una ricauta (nella spirale della droga).
“I don’t believe it’s bad / Slittin’ my throat, it’s all I ever…”: questo verso non è una ricerca di salvezza o di compassione. E’ il pensiero che attraversa una mente stanca, che combatte contro sè stessa, che sa cosa c’è dall’altra parte, ma ci pensa comunque.
Potremmo passare giorni o settimane intere a parlare dei messaggi presenti in queste canzoni. Ma questo è un sito che parla di psicologia, non di musica. E soprattutto, tutto quello che ho scritto finora non era che una premessa, una lente per capire il messaggio, forse banale, che vorrei portare in questo articolo.
Io pensavo di avere un’idea più o meno corretta di chi fossero i Red Hot Chili Peppers. Mi è sempre piaciuta la loro musica, fin da quando ero piccolo. Mi hanno accompagnato per tanti anni. Ma la verità è che la mia conoscenza si fermava là: credevo di sapere, e invece non sapevo assolutamente nulla. Certo, i testi delle canzoni sono volutamente criptici, non fanno trasparire il tema sottostante, come accade per tante canzoni. Ma questo non toglie nulla alla mia ignoranza, alla mia mancanza di comprensione. Solo conoscendo la storia di Anthony Kiedis sono riuscito a capire qualcosa di più.
Ecco, tutti noi siamo Anthony Kiedis. Siamo fatti di cicatrici, ferite, esperienze che ci hanno segnato. Non tutti trasformiamo il nostro dolore in arte. Ma tutto quello che diciamo, pensiamo e facciamo ha senso solo alla luce di quello che abbiamo vissuto. Chi non ci conosce non può capire i motivi dietro alle nostre scelte o ai nostri comportamenti, specialmente se bizzarri. A volte nemmeno noi conosciamo noi stessi, e qui per fortuna ci viene in aiuto la psicologia.
Ma questo discorso non lo faccio riguardo a noi come singoli individui.
Lo faccio riguardo alle altre persone. Come noi siamo Anthony Kiedis per loro, anche loro sono Anthony Kiedis per noi. Certamente non abbiamo l’autobiografia di otto miliardi di persone, ma di quanti nostri conoscenti possiamo dire di sapere tutto? E soprattutto, come possiamo anche solo presumere di sapere tutto?
Quel nostro compagno di calcetto che è stranamente irascibile? Potremmo pensare che sia solo per la competizione sul campo. Ci importa fino ad un certo punto, del resto. Poi, dopo una birra di troppo post partita, inizia ad aprirsi un po’ e scopriamo che i genitori lo hanno sempre picchiato da piccolo, che ha imparato a difendersi con l’aggressività e praticando arti marziali. Questo, detto tra un sorso e l’altro, come se fosse la cosa più naturale del mondo. E allora capiamo, capiamo che di quel nostro compagno noi non sapevamo niente. Ma adesso ha tutto più senso. E chissà cos’altro c’è dietro. Quello che sappiamo ora è come il nostro compagno abbia incanalato e trasformato il dolore. Proprio come ha fatto Anthony.
In un certo senso, siamo tutti artisti. Il nostro modo di fare e pensare quotidiano è una forma d’arte, ispirata dalle nostre esperienze.
Noi siamo artisti.
Gli altri sono artisti.
E finchè non abbiamo una loro autobiografia a portata di mano non possiamo presumere di comprendere davvero la loro arte.
